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"Il Dio del Fiume" testo di Gigi Pompili
Rangi il padre cielo e Papa la madre terra emersero dal cuore della notte, si abbracciarono e si amarono, mettendo al mondo una schiera di bambini; ma i figli, divenuti grandi, si ribellarono e divisero Rangi da Papa, separando così il cielo dalla terra e, creando aria e spazio, permisero alla terra di fiorire. Questo è il rito della creazione secondo il popolo Maori.
Emergiamo come novelli Giovanni Battista dal Giordano della Valsesia e ci ricordiamo che per qualcuno di noi si è trattato di un vero e proprio battesimo del fiume, un battesimo pagano in onore del dio del fiume.
| In tanta meraviglia non poteva mancare l’acqua ed una zattera (raft) per permetterci di solcarla; dai tronchi d’albero legati assieme siamo passati ai gommoni autosvuotanti, ma il concetto rimane sempre il medesimo. Quando discendiamo un fiume, ci mettiamo in grado di vedere il territorio e viviamo il paesaggio in un modo completamente diverso ed insolito. Per vivere fino in fondo questa esperienza, con un gruppo di amici del Canoa Club Rimini decidiamo di avventurarci nella discesa del Fiume Sesia, ma questa volta non useremo canoe o kayaks; decidiamo di vivere un’esperienza molto forte di rafting.Prima di partire si aggregano al nostro gruppo due ragazzi, anche se alla prima esperienza sul fiume, così riusciamo a formare gli equipaggi per due gommoni; due magnifici rafts che ci permetteranno di trascorrere un pomeriggio all’insegna dell’avventura. Dopo un interminabile viaggio in auto, giungiamo alla sede di Acquaviva in Valsesia, a circa un chilometro da Varallo Sesia, situata proprio sulla riva dell’omonimo fiume. Tutta la valle è verdissima in questa stagione, con boschi di querce e castagni, radure erbose fiorite tra il letto del fiume e la Strada Statale. La valle è insomma perfettamente godibile anche da chi non pagaia in canoa ma intende arrampicarsi sulle pendici dei monti circostanti. L’esplosione della flora montana nella tarda primavera è splendida; in pratica il fiume fluisce in mezzo ad una serra di fiori. Una volta saliti a bordo tutto è lasciato alla natura, l’acqua scorre impetuosa mentre le rive spariscono in un groviglio di alberi piegati dalla corrente. Volgendo lo sguardo in avanti, sul fiume, si passa da tratti di sconvolgenti turbinii di spruzzi e di schiuma bianca a momenti di incredibile pace. E’ in questi momenti che si gode del paesaggio favoloso e sempre nuovo che appare ad ogni spira del fiume che, sinuoso come un serpente, si fa strada verso la lontana pianura. Si va...! e agli ordini del rafter, si ripetono le manovre tecniche perché sappiamo che tra breve dovremo affrontare una grossa rapida che ci impegnerà a fondo…
Già da lontano scorgiamo il poderoso ingresso del fiume che sembra quasi voler scomparire dalla vista ostruito da una grande roccia rassomigliante ad un viso arcigno e barbuto; guardiano imponente e monito per gli avventurosi che osano sfidare le sue acque.
Il primo equipaggio si getta in corrente ed è subito accolto da un'onda di ritorno che sbilanciando il gommone paurosamente di lato, impegna gli uomini a bordo in una veloce manovra di allineamento per non trovarsi a percorrere di “pancia” la rapida. L’entrata non è delle migliori; con il gommone al “traverso” scivolano pericolosamente spinti dalla corrente contro le pareti della gola, ma subito dopo il controroccia ecco un altro ostacolo; tutta la potenza del Sesia converge in un’unica grande onda. Anche all’occhio dei più inesperti si materializza allora la grande paura di finire rovesciati. "...il dio del fiume è lì che li aspetta..." La potenza dell’onda è superiore, li sovrasta, per un breve istante penso che riescano a farcela; vedo sobbalzare un uomo dell’equipaggio letteralmente fuori dal gommone, per un attimo scompaiono dalla mia vista…! Vedo l’equipaggio manovrare disperatamente ma è tutto inutile; in pochi istanti il gommone viene sollevato di sghembo, rovesciando tutti in acqua. Ora tocca a noi; il nostro rafter ci rassicura indicandoci le manovre da eseguire per una corretta entrata in corrente; importante per non trovarci nelle medesime condizioni dell’altro equipaggio. L’adrenalina corre rapida nelle mie vene ma non mi impedisce di notare i volti tesi e timorosi di due ragazzi aggregati al nostro gruppo. Anche il rafter ha notato la loro paura, li guarda negli occhi incitandoli a risollevarsi. E’ il nostro turno di finire risucchiati dallo scivolo d’acqua e percorriamo emozionati l’impervio corridoio liquido. L’ingresso in corrente è corretto, impostiamo bene la manovra ma non riusciamo ad evitare il controroccia; ne usciamo a fatica puntellandoci con tutte le nostre forze contro la parete di roccia che sembra volerci accogliere col suo ruvido abbraccio. La grande onda è lì... non c’è tempo e, soprattutto, non c’è spazio... L’acqua bianca mi esalta e mi attira, ma ora che ci sono immerso la sento fredda e lattiginosa; sono come un elemento estraneo e non mi sento più in simbiosi come quando la cavalcavo. Eppure l’onda, o meglio il “buco”, è tuttora lì con i suoi cinquanta metri di riccioli bianchi che mi tentano ancora. L’occhio corre allo “spot”, alla schiuma che ti preme a poppa e ti spinge fortissimo mentre fatichi per provare a girarlo; il limite a quello che si può fare sta nella mia fantasia e nella mia capacità mentre l’acqua è in ogni dove, fa saltare il raft, mi strappa la pagaia, mi sale addosso e poi, quando “l’errore” porta la prua sotto siamo ghermiti, sbattuti, roteiamo ed il nostro orizzonte cambia pericolosamente prospettiva.
Emergiamo come novelli Giovanni Battista dal Giordano della Valsesia e ci ricordiamo che per qualcuno di noi si è trattato di un vero e proprio battesimo del fiume; un battesimo pagano in onore del dio del fiume. Euforici per aver superato gli ostacoli ci infondiamo coraggio con urla di giubilo, i due novizi esultano gioiosi mentre riprendiamo allegramente la discesa giocando e surfando entusiasti sulle onde approfittando di un tratto più tranquillo. Ma la discesa non è ancora finita; c'è ne accorgiamo perché impattiamo un punto critico: un’incredibile rapida ci aspetta al varco. Un tumultuoso e roboante scivolo che passa a sbalzo su due buchi laterali, una sorta di nastro trasportatore impazzito, partorito da qualche mente deviata, piazzato nel mezzo del parco giochi del fiume, che urla e grida la sua energia e la sua foga e sembra volerci ammonire della nostra sventatezza.
Mi manca il fiato. Decidiamo all’unanimità che, per questa volta, il nostro personale serbatoio di adrenalina segna già il pieno, memori anche del passaggio al Pronto Soccorso di altri più temerari di noi. Ed è così che da esperti di canoa, kayak, rafting, ci trasformiamo anche in scalatori, trascinando su per la collina i nostri ingombranti mezzi di trasporto per scavalcare “l’impraticabile” e riprendiamo a pagaiare ed a godere dei rumori della natura e dei silenzi della valle. Sono distratto dalla bellezza dei luoghi e dal rumore assordante dell'acqua che annuncia nuove rapide, buchi, salti e, come si può immaginare, nuove sfide sino all’arrivo al punto di sbarco. Le ore sono trascorse veloci e solo alla fine mi rendo conto delle difficoltà e delle gioie dell’esperienza vissuta; la stanchezza mi avvolge come un manto ma l’esaltazione è alle stelle e, gasatissimo, rivolgo il pensiero alla prossima avventura… Gigi Pompili
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